E mentre il tempo dispone le separazioni e anche io mi sto voltando, prima che l’ultimo addio sia consumato, vorrei almeno salvare la parola.
E’ la voce di un mondo in declino, racconto, mentalità: il linguaggio dell’incultura, su cui risalta la parola di Tumasì, per quel modo tutto suo che “farlo perdere è peccato”.
Non so se per suggestione della spilla, che, appuntando alcuni decenni, le adornava la giacca, è come scrivere sotto dettatura: “Quanto mi armo e arrivo!” e armarsi per lei, donna rotonda, dal seno generoso, in primis era infilare il busto e le calze di na-i-lonni.
Con la sua voce esclamata, ritorna il colore dell’aria da un filtro di foglie e, nella sommersione dell’ombra, il blu dell’ortensia, il rosso del garofano, il rosa variegato del geranio.
Indossava il completo e, con la sua borsetta che la impicciava, usciva dalla parte del fico, su quelle scarpe che tanto la facevano somigliare a Paperina.
“Sembriamo l’articolo illi” , rappresentava lei la situazione di camminare al fianco di una spilungona e, giusto che si trovava a guardare in alto, dava un’occhiata al cielo “….se fa una sgrullata d’acqua”.
Così diverso dal piovere.
Italianizzava il dialetto, secondo il costume delle comari di toscaneggiare, e se proprio le mancava un vocabolo, se lo inventava.
Ne sortiva un lessico dialettale, molto colorito, in cui esprimeva se stessa, avendo trovato nella parola il suo spazio di libertà.
Dava nome alle cose ad esse si animavano.
Diceva mentuccia e qualcosa cambiava, come se la menta crescesse solo per profumare di sé le melanzane sott’olio.
Sbollentava i legumi con lo panariello, che sembrava rubato a Cappuccetto.
La sua parola racchiudeva un senso del grazioso e del non conflittuale.
Non diceva bello, belluccio.
Non difficile, difficilotto e per mezzo di un adognimmodo era superabile qualsiasi asperità.
Ogni vicina un soprannome e soprattutto la commare voleva parlata, pennellando un suo circondario, popoloso e chiacchierone, da vivere nell’immediato, quanto per chi, di natura meno gioiosa, inconsapevolmente traslato nella memoria.
“Parentesi”.
Tumasì apriva lunghissime parentesi con un cenno simile ad una virgola, e non curandosi di chiuderle, ne apriva delle successive, così il suo parlare risultava a zigo zago, tanto per lei non contava la meta, ma questo andare divagando.
Comunque, a quale punto e di quale parentesi, riprende il vocio delle giannizzere.
Questi quarti di donne, incantate dal filo moulinè, così contaminate dalla polvere che la “fanno”, in tale complicità con i fornelli che “cucinavano il marito”.
Sss! Che dice, che dice Tumasì?
Sta riportando un fatterello suo.
E’ in piedi, accanto alla sdraio, agitando la mano sotto il naso di un impiegato poco solerte che sapeva lei. “…..che io la prendo per il cravattino sa?!”
Se queste le sue imprese e ciò in cui Mara si immedesimava, è dimostrata la piccolezza di entrambe, e tuttavia vorrei fissarla nel suo pezzo forte che era l’alterco con una suora.
“Ci ho detto sùora, voi siete madre dei cìeli, io di terra, come la mettiamo?” L’uditorio parteggiava per la marescialla, che in quei momenti aveva l’animo deciso.
Lavava l’insalata dentro un secchio.
“Lattuga viene da latte”. Ci azzeccò.
“Ne mangi una manata e dormi bella bella”, sgrondandola, rideva: “ E che mare di Pizzica!”
Ecco, non è dialetto né espressione riportata da alcun vocabolario; per lei era la pozzanghera, attorno al mastello.
Scavalcandola, disse: “Mo, facciamo la catena della fraternità”, cioè lasciamo le impronte.
Gli occhi ancora non si erano riabituati alla penombra, che si affaccendava e, aprendo lo sportello della stufa, ci tuffava i legni, chiamandoli per nome ad uno ad uno: “faggio…..salicune….gaggia…..Albero che ti chiami salicune, quando mai al mondo hai fatto bene”
[Anna Pisani – Marginalia – L’autore Libri Firenze]
Mi sono sempre chiesta, leggendo romanzi, quanto ci fosse di realmente accaduto e quanto di inventato.
Difficilmente mi si darà una seconda occasione per rispondere a questa domanda leggendo un romanzo.
A onor del vero posso dire che è tutto vero.
Che Tumasì, in arte Tommasina, in arte mia nonna, in arte una donnina cubica arrivata dalla profonda Sila, con il primo treno del dopoguerra che tra le tante cose che mi ha lasciato, mi ha insegnato che non bisogna avere paura dei morti ma dei vivi e, come vedete, mi ha lasciato in eredità oltre la comunicativa anche questo problema con le parentesi, dicevo, lei era veramente così come scrive Anna che poi è mia Zia, in arte zì, nel romanzo Mara, che ha fatto di me una persona mezza acculturata, nel senso che se non fosse stato per la sua grazia, la sua pazienza, la sua sensibilità e il suo umorismo io non avrei mai preso in mano un libro né per leggerlo né tanto meno per laurearmi e che se ho passato n esami in ognuno di quelli c’è stato il suo zampino e che se adesso vado in libreria a comprarmi un libro lo faccio solo perché ho finito “l’elenco dei libri che vanno letti nella vita” che mi ha scritto lei, maestra di filosofia e di scalette.
Il suo sogno è sempre stato scrivere un libro.
L’ha scritto.
E’ la storia di una generazione di personaggi al limite della marginalità.
Ad ogni buon conto, è anche la mia storia.
In qualche modo voglio ringraziarla per.
Non ho altro modo, se non questo.